Bianco: un cuore pieno di ricordi

Ho parlato di Bianco la prima volta su un sito, Blogwithaview, che purtroppo terminerà la sua avventura a breve. Mi dispiacerebbe se questo racconto andasse perso quindi lo riposto anche sul mio blog. Grazie ancora a Giordano per l’opportunità che mi ha regalato.

BIANCO COME LUOGO DEL CUORE

Esiste in Calabria, sulle spiagge del mar Jonio ad una settantina di chilometri da Reggio, un paesello di poco più di 4000 anime.

Questo paesello, sconosciuto ai molti, si chiama Bianco.

Non ho mai saputo l’origine di questo nome, non l’ho mai chiesto ai nonni. Ho sempre pensato che si riferisse alla luce accecante che annienta il panorama nelle ore più calde, quando il sole scende a picco e sembra voler bruciare ogni cosa.

Bianco per me è l’estate della mia infanzia, ricordi legati ai nonni. Erano giornate intere passate in spiaggia ad entrare ed uscire di continuo dall’acqua senza il controllo dei grandi, tanto cosa volevi che potesse succedere.

BIANCO E LA CASA SULLA SPIAGGIA

Casa nostra era sulla spiaggia, letteralmente, a circa 200 metri dalla riva. Per arrivare alla porta d’ingresso dovevi camminare nella sabbia: la strada finiva molto prima e ti facevi questa breve passeggiata tra le dune di sabbia.

La prima volta che aprivi il portone d’ingresso, dopo un intero inverno che casa era rimasta chiusa, un intenso odore di umido e di chiuso ti avvolgeva come un domopak. Io rimanevo stordito qualche attimo sulla soglia, mentre la nonna correva ad aprire tutte le finestre, scavalcando mucchietti di sabbia che si erano accumulati qua e là entrando da sotto le porte non proprio stagne.

Era una casa enorme, soprattutto per me bambino abituato a vivere in un appartamento di città di dimensioni più contenute.

Ad accoglierti c’era un enorme ingresso, che era anche il soggiorno, la sala da pranzo e il salotto considerate le dimensioni. In questa stanza si facevano venire gli ospiti, c’era la credenza con i piatti e i bicchieri del servizio buono.

Non c’era la tv. Già tanto che ci fosse la luce.

In quegli anni, primi anni ’70, era sempre un’avventura passare un’intera estate a Bianco. L’acqua arrivava solo per poche ore al giorno e la luce spesso andava via, soprattutto quando c’erano forti temporali e tempeste. Per superare l’emergenza si raccoglieva l’acqua in grandi vasche di metallo e con quella ti lavavi, facendola scaldare al sole. C’era una tinozza dentro la quale la nonna mi faceva entrare, quando ancora riuscivo ad entrarci. Ogni sera, dopo che avevo passato l’intera giornata a giocare in giro, dentro quella tinozza la nonna cercava di togliermi quel centimetro e mezzo di zozzeria che ero riuscito a spalmarmi in ogni.

BIANCO E LE TRADIZIONI

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Le luminarie per la festa di Bianco

Il 15 agosto si festeggia la Madonna di Pugliano, protettrice di Bianco. Varie processioni si rincorrono per le viuzze del paese. C’è anche qualche tentativo di processione su una barca di pescatori. Non mancano i concerti della banda, qualche zampognaro e le bancarelle per la via principale.

La festa culmina nella notte di ferragosto con uno spettacolo di fuochi d’artificio tale da far impallidire la contraerei meglio attrezzata degli Stati Uniti. Per circa un’ora vengono sparati nel cielo sopra Bianco, a pochi metri dalle case sulla spiaggia, quintali di polvere da sparo di tutti i colori e forme, con un tale fragore da farti dilaniare la cassa toracica. Io avevo l’abitudine di salire in terrazza e aspettare lo sparo del primo fuoco dopo aver portato su decine di sedie per chi veniva a trovarci. Poi mi appollaiavo sul parapetto e mi divertivo a vedere quanta gente fosse arrivata ad aspettare i fuochi.

Il 15 agosto non si poteva fare il bagno in mare, lo imponeva la tradizione. Si passava la giornata ad aiutare la nonna in cucina, ad andare col nonno a comprare le paste con la crema e ad aspettare pranzo. A mezzogiorno in punto veniva servita la lasagna al forno con le polpettine, il prosciutto e la mozzarella. Non soddisfatti di questo primo piatto dietetico, per secondo la nonna faceva il mitico brociolone. E’ un polpettone ripieno di ogni ben di dio, uova, prosciutto, formaggio, di una consistenza tale che avrebbe potuto benissimo sfamare un reggimento intero.

BIANCO E LA MOVIDA

A Bianco c’è poco da vedere, è innegabile. E’ un anonimo paesino che conosci solo perché o hai antenati che sono nati lì, o perché hai qualche amico che te ne ha parlato e ti ci ha portato. Ha una lunghissima spiaggia di millemila chilometri, mai interrotta, di finissima sabbia bianca che diventa ciottoli e piccoli sassi a pochi metri dal bagnasciuga. Il mare, blu cobalto e verde smeraldo, è salatissimo, più di altri. Se non stai attento fai presto a ritrovarti al largo perché sprofonda quasi subito e non si tocca più.

Ci sono ancora i pescatori, con le loro barche issate a riva e all’ombra delle quali si dorme da signori dopo una bella nuotata. Escono in mare tendenzialmente la notte, con le loro lampare che illuminano una piccola porzione di acqua, e fanno ritorno poco dopo l’alba, prestissimo, per vendere il pesce direttamente in spiaggia a compaesani che conoscono la qualità del pescato.

C’è un lido, uno stabilimento balneare che è anche ristorante, pizzeria e sala da ballo. Una discoteca all’aperto che richiama una piccola folla di ragazzi ogni sera e che riempie di musica l’intera notte, per la gioia di chi ci abita vicino. Proprio in questo lido, tanti anni fa, si organizzavano concerti e serate con personaggi più o meno noti del mondo dello spettacolo, ai quali si poteva accedere anche a titolo gratuito grazie alle conoscenze e a vari gradi di parentela che ti legavano ai tizi dell’ingresso.

BIANCO E RAFFAELLA CARRA’

In una di queste serate mio padre mi portò a vedere Raffaella Carrà che si esibiva in un suo concerto. Erano pur sempre gli anni ’70, si era a Bianco e la Carrà spopolava per il suo caschetto, l’ombelico di fuori e i suoi programmi televisivi.

Tra un Tuca-Tuca e un Rumore la serata filò via allegramente e ci si ritrovò ad aspettare l’uscita della Nostra Signora di fianco alla porta del camerino. Io in braccio a mio padre, un piccolo drappello di fans con macchine fotografiche in mano. Quando la Carrà mise il naso fuori non si capì più nulla. Urla, spintoni e flash che scoppiettavano qua e là e senza capire come mi ritrovai in braccio alla Diva che mi sorrise e si fece fotografare. Mio padre, stralunato, ci guardò e, senza accorgersi del miracolo, essere toccati dalla Carrà non era, e non è, affare di tutti i giorni, mi riprese a sé quasi terrorizzato.

Delle foto di quel momento non c’è traccia; son dovuti passare quasi quarant’anni perché potessi avere una foto con la Carrà. Rimane solo il ricordo, un po’ sfuocato, di quell’avventura, che per un bimbetto aveva ben poco significato.

Sono tornato a Bianco dopo 17 anni dall’ultima volta che ho visto la festa per la Madonna di Pugliano e mi sono affacciato di nuovo a quel parapetto a guardare quanta gente fosse venuta ad aspettare il primo scoppio: son passati tanti anni, tanta musica è stata suonata al lido, ma quei fuochi d’artificio mi hanno emozionato come la prima volta.

SIETE CURIOSI DI ANDARE A BIANCO?

Se volete andare anche voi a passare qualche giorno a Bianco siete sempre in tempo a mandarmi un messaggio e a chiedermi altri dettagli.

E non dimenticate di leggere qualche vecchio post dei miei, tipo questo


 

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